Dopo Meta, il fisco punta gli occhi su X: “dovete pagare l’IVA sui dati ottenuti degli utenti”

A seguito di una verifica fiscale della Guardia di Finanza, parallela a quella di Meta e conclusasi nell’aprile dello scorso anno, l’Agenzia delle Entrate ha contestato a X il mancato pagamento di 12,5 milioni di euro gli anni dal 2016 al 2022, quando ancora si chiamava Twitter, cioè prima dell’acquisizione da parte di Elon Musk. Contestualmente la Procura di Milano, ha aperto un’indagine per evasione fiscale guidata dal Pm Giovanni Polizzi.
Alla base della contestazione c’è lo stesso criterio adottato nel caso Meta, ovvero l’aver offerto servizi digitali agli utenti italiani (l’utilizzo e l’accesso al social network) in cambio dell’acquisizione e gestione per fini commerciali dei dati personali di ciascuno e delle informazioni inerenti e relative interazioni sulle piattaforme.
Tutto questo è stato effettuato senza il versamento delle imposte su questa “permuta tra beni differenti”, reputata a tutti gli effetti una transazione commerciale e quindi soggetta a imposizione IVA.
Secondo la Gdf, la Procura e quindi il Fisco italiano lo scambio tra l’offerta dell’uso della piattaforma per gli utenti e i dati personali forniti da quest’ultimi deve essere sottoposto a tassazione per “la natura non gratuita dei servizi offerti”, e questo perché i dati degli utenti hanno un valore economico intrinseco, a maggior ragione se considerati nel loro insieme.
Tesi che come ha ricordato il procuratore Marcello Viola, negli anni passati è già stata affermata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dal Tar del Lazio, oltre che da altra dottrina, e ha trovato riscontro nelle attività ispettive della Guardia di Finanza, negli atti dell’Agenzia delle Entrate e infine nelle risultanze dell’indagine penale.
A questo punto bisognerà attendere la risposta delle società chiamate in causa. Un eventuale contenzioso legale può durare anni, un accordo o un patteggiamento a sua volta potrebbe costituire un precedente a livello europeo per le stesse filiali che operano in Unione europea dal momento che l’IVA è una imposta armonizzata.
Se questa impostazione giuridica venisse confermata, ogni azienda che eroghi servizi digitali gratuiti in cambio di una raccolta di dati degli utenti dovrebbe cominciare a preoccuparsi?