Google si difende dalla UE e cambia algoritmo. È il “mobilegeddon”

L’annuncio dell’accusa formale dell’UE verso Google, che secondo comScore risponde al 75% delle ricerche web in Europa, non è arrivato a ciel sereno. Da molto tempo la Commissione tiene d’occhio il motore di ricerca pigliatutto, che del resto non ha mai fatto mistero delle sue mire espansionistiche praticamente in ogni campo, ed era prevedibile che si scontrasse con lo sviluppo della net economy del Vecchio Continente.
Già a febbraio dello scorso anno, Big G era stata protagonista di un accordo con l’Unione per evitare sanzioni, che aveva attirato non poche critiche di eccessiva morbidezza sul commissario Joaquin Almunia che lo aveva ratificato. L’accordo imponeva una presenza non penalizzante di alcuni concorrenti nelle ricerche di Google, ma senza avviare verifiche di terze parti sull’effettivo ripristino della correttezza. Questo sebbene il motore di Mountain View già altre volte fosse stato accusato di manipolare gli algoritmi di ricerca per favorire i suoi sempre più numerosi interessi.
Le nuove azioni della Commissione contro il motore di ricerca non possono comunque che destare scalpore, se non altro per l’entità della posta in gioco, che potrebbe arrivare alla cifra record di 6,2 miliardi di euro, corrispondenti al 10% del fatturato annuo della company. Si tratta di un’arma che ha già colpito in passato Intel e Microsoft, rispettivamente per 1,4 e 1,2 miliardi, ma che Google ha finora saputo agevolmente disinnescare, grazie alla flessibilità con cui è capace di adattare il funzionamento dei suoi servizi e all’atteggiamento generalmente più conciliante.
Ora comunque le cose si fanno più serie, anche perché le inchieste sono diventate due, ed è quella che si prepara contro il robottino verde a essere la più temuta.
Corsia preferenziale per Google Shopping
Lo Statement of Objections della Commissione riprende le indagini svolte dal 2010 sul servizio di comparazione prezzi di Big G, Google Shopping, spesso in evidenza rispetto ai concorrenti nei risultati, considerando di fatto inadeguati i tre tentativi fatti finora dall’azienda californiana per tamponare le questioni sollevate. La responsabile per la concorrenza della commissione, Margrethe Vestager, ha specificato che il procedimento non è volto a tutelare i concorrenti, quanto piuttosto a garantire gli utenti che cercano risultati corretti alle loro interrogazioni. Le contestazioni, secondo la stessa responsabile della Commissione, saranno però probabilmente estese ad altri settori caratterizzati da servizi online che possono essere stati penalizzati da Google, come i viaggi e le mappe. Verrà anche messo sotto la lente l’uso indiscriminato di tecniche di web scraping, in cui il motore di ricerca più famoso al mondo è maestro.
La Vestager ha assicurato che non si tratta di una crociata contro l’azienda e tantomeno contro gli Stati Uniti, lasciando comunque aperta la porta a una possibile conciliazione. A Google sono concesse 10 settimane per difendersi e impostare un percorso che si presume comunque lungo e complesso.
Non sarà infatti facile contestare a Big G le mutevoli caratteristiche dei suoi algoritmi, i cui parametri di ordinamento sono ormai frutto di aggiustamenti e correzioni continue, e tantomeno imporre un posizionamento diverso per Google Shopping, che ne rispecchi correttamente il peso rispetto alla concorrenza. Proprio oggi, in effetti, il motore californiano si appresta a rivoluzionare il peso attribuito ai vari siti, aggiungendo come parametro fondamentale la fruibilità della versione mobile. Una novità che capita a fagiolo, destinata a cambiare le carte in tavola anche della seconda inchiesta della Commissione.
La questione Android
Contestualmente ai rilievi su Google Shopping, Margarethe Vestager ha infatti annunciato l’inchiesta della Commissione sul sistema Android, installato gratuitamente su tre smartphone su quattro anche in Unione Europea.
Proprio su quel fronte potrebbe abbattersi con più determinazione la scure delle istituzioni del Vecchio Continente. Se infatti è teoricamente facile per l’utente scegliere un diverso motore di ricerca su un hardware controllato da un sistema operativo che non ha niente a che fare con Mountain View, come Windows o iOS, quando si tratta di Android è evidente la pervasività dell’algoritmo di ricerca, che prefigura più marcatamente un abuso di posizione dominante.
Da oggi però gli studi per dimostrare questa scorrettezza potrebbero dover ripartire daccapo.
Il 21 aprile è infatti il giorno di quello che la rete ha battezzato Mobilegeddon, ovvero la data da cui entra in vigore il nuovo algoritmo di ricerca annunciato a febbraio. Molti portali italiani poco aggiornati, in particolare, dovrebbero risultare penalizzati nelle ricerche rispetto a chi si è premurato di realizzare una versione mobile del sito. A questo link è comunque possibile verificare come Google considera la visualizzazione di una pagina web sul piccolo schermo di uno smartphone, ottenendo indicazioni per ottimizzarne la struttura.
l’algoritmo cambia e gli studi per dimostrare la scorrettezza di Google potrebbero dover ripartire daccapo
Ma l’inchiesta della Commissione non riguarda solo i servizi e le ricerche incorporate nel sistema operativo mobile più diffuso al mondo, ma valuterà anche il comportamento tenuto da Google nei confronti degli altri sistemi operativi. La fornitura di Android a titolo gratuito e le pressioni sui produttori di hardware potrebbero infatti configurare pratiche di concorrenza sleale. In particolare sono sotto esame i vincoli imposti da Google sulle modifiche applicabili ad Android dai progettisti di smartphone, a cui non sarebbe consentito fare a meno dei servizi di Big G.
Le risposte di Google
Una prima replica alle accuse, per la verità già piuttosto circostanziata, è arrivata tramite due post sui blog ufficiale del motore di ricerca californiano.
La prima riguarda l’influenza che le sue scelte sull’ordine dei risultati delle ricerche hanno realmente avuto sui concorrenti. Vengono quindi presentati grafici sull’andamento dei siti di shopping in Francia e Regno Unito, e di quelli di viaggi in Germania, a dimostrazione di come le soluzioni Google in questi campi non abbiano praticamente ottenuto vantaggi rilevabili in termini di visitatori unici.
Il secondo post è invece relativo ad Android, definito come sistema accessibile a tutti, usato da 18 mila diversi dispositivi e del quale esistono installazioni del tutto prive di soluzioni Google. Si sottolinea anche come lo store sia liberamente aperto alle soluzioni dei concorrenti (e ci mancherebbe), e come la maggior parte degli sviluppatori Android offrano le stesse app anche ad altri sistemi operativi.
Perché Mountain View è diverso da Redmond
È evidente, osservando il mercato, come tra i più soddisfatti per il procedimento non ci siano molte aziende europee, ma più che altro multinazionali americane, come Amazon ed eBay, di cui Google non era comunque riuscita a scalfire il dominio, e pochi altri più piccoli servizi in Germania e Francia. Anche Microsoft ha dimostrato una composta soddisfazione, forse ricordando quanto l’obbligo di rinunciare alla scelta predefinita di Internet Explorer dal suo neonato Windows 7 l’aveva danneggiata nel mercato europeo.
Chi invece probabilmente non gioisce sono le molte startup a cui i servizi Google hanno regalato notorietà e supportato nella conquista di fette di mercato.
Questa è una delle considerazioni che potrebbero frenare la mano dei commissari europei. Solo una parte minoritaria del substrato economico europeo sente di subire l’ecosistema creato da Google, mentre molti altri lo considerano un elemento abilitante per la propria attività di business. Tra questi ci sono in particolare le piccole imprese, che attingono alle soluzioni a basso costo e ai sistemi di advertising di Big G. Costoro temono che un clima negativo possa indurre il colosso americano a spegnere alcuni servizi in Europa, come già avvenuto in Spagna con le News, tassate dal governo di Rajoy con la link tax e quindi prontamente disattivate.
Anche questa velocità di adattamento che l’azienda di Mountain View può mettere in campo, costituisce una valida difesa da qualsiasi inchiesta. La struttura stessa dei servizi di Google ne consente infatti un’agevole trasformazione, per venire incontro alle richieste delle legislazioni locali. Una flessibilità che Microsoft non ha mai saputo mettere in campo, e che l’ha portata a dover pagare multe salate all’Unione, di cui l’ultima per la cifra record di oltre 560 milioni di euro nel 2013.