Un anno dopo l’apertura dell’indagine su Google, Apple e Meta, la Commissione Europea ha emesso due serie di conclusioni preliminari accusando Alphabet, la società madre di Google, di non conformarsi al Digital Markets Act (DMA), la normativa europea volta a contrastare i monopoli digitali.

Nel marzo del 2024, la Commissione Europea aveva avviato indagini formali sulle tre big tech per valutare la loro conformità al DMA e, secondo le conclusioni preliminari, la Commissione ha stabilito che Google sta favorendo i propri servizi nei risultati di ricerca e impedendo agli sviluppatori di app di indirizzare gli utenti verso opzioni più economiche al di fuori del Play Store, entrambe pratiche in violazione del DMA.

Il DMA infatti vieta espressamente le pratiche di auto-preferenza per i cosiddetti “gatekeeper”, ovvero quelle aziende che, secondo l’UE, esercitano un controllo significativo sui mercati digitali e possono distorcere la concorrenza a proprio vantaggio. Alphabet, che rientra in questa categoria, aveva promesso di modificare i risultati di ricerca nel 2024, in vista dell’entrata in vigore degli obblighi per i gatekeeper nel marzo di quell’anno. Tuttavia, la Commissione ha dichiarato che gli adeguamenti adottati da Google non sono stati sufficienti per rispettare i requisiti della normativa.

Secondo la Commissione, Google favorisce i propri servizi, come quelli per lo shopping, le prenotazioni alberghiere, i trasporti e i risultati finanziari o sportivi, rispetto a quelli offerti da terze parti. Inoltre, questi servizi proprietari vengono visualizzati in spazi dedicati, nella parte superiore dei risultati di ricerca e con formati grafici che li rendono più evidenti rispetto alla concorrenza.

Un’altra violazione individuata riguarda le regole del Play Store, che limitano la possibilità per gli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso opzioni di acquisto più economiche al di fuori della piattaforma. Secondo la Commissione, Google cerca di mantenere le transazioni all’interno dei propri servizi per garantirsi una percentuale sulle vendite, quando invece sarebbe possibile acquistare contenuti a un prezzo inferiore direttamente dagli sviluppatori di app.

multe Google Apple

“In base al DMA, gli sviluppatori che distribuiscono le loro app tramite Google Play dovrebbero poter informare i clienti gratuitamente su alternative più economiche, indirizzarli verso tali offerte e consentire loro di effettuare acquisti”, si legge nella conclusione preliminare della Commissione. Tuttavia, le indagini hanno rilevato che Google non solo impedisce agli sviluppatori di orientare gli utenti verso offerte alternative, ma anche nei casi in cui ciò è consentito impone commissioni che superano quanto giustificato.

Google ha respinto le accuse. Oliver Bethell, senior director for competition di Google, ha affermato che le conclusioni della Commissione danneggerebbero le imprese e i consumatori europei, ostacolando l’innovazione, riducendo la sicurezza e compromettendo la qualità dei prodotti. “Le conclusioni della Commissione ci impongono ulteriori modifiche al modo in cui mostriamo determinati tipi di risultati di ricerca, rendendo più difficile per le persone trovare ciò che cercano e riducendo il traffico verso le imprese europee”, ha sostenuto Bethell.

Google ha anche difeso le restrizioni sul Play Store, affermando che la Commissione sta imponendo una falsa scelta tra apertura e sicurezza. “A differenza di iOS, dove Apple deve esaminare le app prima della loro pubblicazione, gli sviluppatori possono distribuire liberamente le loro app su Android”, continua Bethell, sottolineando che questa apertura ha portato a una disponibilità di app 50 volte superiore rispetto a quella per gli utenti Android.

“Se non possiamo proteggere i nostri utenti da link fraudolenti o dannosi, la Commissione ci sta costringendo a scegliere tra un modello chiuso e uno non sicuro”, ha aggiunto Bethell. Essendo conclusioni preliminari, Google avrà comunque l’opportunità di rispondere e cercare di convincere la Commissione prima che venga presa una decisione definitiva.

Apple deve aprirsi alle terze parti

Parallelamente all’indagine su Google, la Commissione Europea ha emesso anche una decisione vincolante nei confronti di Apple per specificare come l’azienda debba conformarsi agli obblighi di interoperabilità imposti dal DMA. Questa decisione impone ad Apple di aprire le funzionalità di connettività di iOS e iPadOS a dispositivi di terze parti, tra cui smartwatch, cuffie e televisori. Le nuove misure miglioreranno funzioni come la visualizzazione delle notifiche iOS su hardware non Apple, il trasferimento dati più rapido e il processo di pairing dei dispositivi.

“I dispositivi connessi di tutti i marchi devono funzionare meglio sugli iPhone”, ha dichiarato la Commissione. Apple dovrà inoltre migliorare l’accesso degli sviluppatori alla documentazione tecnica e alle specifiche necessarie per garantire l’interoperabilità, offrendo comunicazioni più chiare, aggiornamenti più tempestivi e una tempistica prevedibile per la revisione delle richieste di interoperabilità.

apple

“Le decisioni di specificazione sono legalmente vincolanti”, ha affermato la Commissione. “Apple è tenuta ad attuare le misure specificate in conformità con le condizioni delle decisioni.”

Apple ha criticato la decisione, affermando che essa “complica inutilmente le cose” e la costringe a offrire gratuitamente nuove funzionalità a società non soggette alle stesse regole. “Questa decisione è dannosa per i nostri prodotti e per gli utenti europei”, ha dichiarato Apple, aggiungendo che continuerà a dialogare con la Commissione per esprimere le proprie preoccupazioni.

Secondo Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea, la decisione su Apple segna la prima volta che l’UE stabilisce misure concrete per far rispettare il DMA a un gatekeeper. “Oggi ci avviciniamo ulteriormente a garantire condizioni di parità in Europa, grazie allo stato di diritto”, ha dichiarato Ribera.

Multa salata per Amazon

Non c’è due senza tre. Amazon ha infatti perso la sua battaglia contro la multa record di 746 milioni di euro comminata quattro anni fa dall’autorità lussemburghese per la tutela della privacy (CNDP), in quanto un tribunale si è schierato a favore dell’organo di controllo e contro il ricorso di Amazon.

L’autorità di vigilanza aveva sanzionato Amazon per il trattamento dei dati personali in violazione delle norme del GDPR, anche se iI CNPD ha dichiarato che la sua decisione, che includeva anche misure per Amazon per risolvere il problema, rimarrà sospesa durante il periodo di appello.

Amazon, che sta valutando questa possibilità per contrastare la sentenza del tribunale, ha dichiarato che la decisione del CNPD “ha imposto una multa senza precedenti, basata su interpretazioni soggettive della legge sulle quali non aveva precedentemente pubblicato alcuna guida interpretativa”.