Donald Trump ha emesso nei giorni scorsi un memorandum che propone l’imposizione di dazi contro le nazioni che applicano tasse sui servizi digitali (DST) alle grandi aziende tecnologiche. Queste tasse sono state introdotte per intercettare i profitti generati da società come Netflix, che raccolgono entrate in un paese ma le dichiarano fiscalmente altrove, sfruttando schemi fiscali vantaggiosi. I governi sostengono che, poiché i cittadini consumano questi servizi nei loro territori, tali entrate dovrebbero essere soggette a tassazione locale come qualsiasi altra attività economica.

Le DST, introdotte come soluzione temporanea in attesa di un sistema fiscale internazionale più efficace, sono state considerate anche una risposta ai metodi di ottimizzazione fiscale delle big tech, che riducono in modo aggressivo il loro carico fiscale rispetto alle imprese locali. 

L’amministrazione Biden aveva già manifestato la propria opposizione a queste tasse, ritenendole discriminatorie nei confronti delle aziende statunitensi. Minacciando dazi del 25%, Washington aveva spinto Regno Unito, Europa e India a ritirare o ridurre le DST, ma Trump ha ora rilanciato la possibilità di sanzioni commerciali per i paesi che continuano ad applicarle.

Nel memorandum, Trump ha dichiarato che la sua amministrazione non permetterà che le aziende e i lavoratori americani subiscano politiche anticoncorrenziali imposte da governi stranieri. Ha inoltre definito le DST misure che violano la sovranità statunitense, penalizzano le imprese americane e aumentano i costi operativi, oltre a mettere a rischio informazioni sensibili di fronte a regolatori esteri potenzialmente ostili.

L’intento dell’amministrazione è chiaro: solo gli Stati Uniti dovrebbero avere il diritto di tassare le proprie aziende tecnologiche. Tuttavia, il Paese stesso fatica a imporre una fiscalità efficace su questi colossi, nonostante gli sforzi dell’OCSE per ridurre le strategie di minimizzazione fiscale.

Il memorandum di Trump ha già avuto delle conseguenze pratiche. Ieri il presidente della Camera dei giudici statunitensi Jim Jordan ha infatti chiesto al capo dell’antitrust dell’UE Teresa Ribera di chiarire come farà rispettare le norme dell’Unione Europea che regolano le Big Tech, che secondo Jordan sembrano prendere di mira le aziende statunitensi.

gatekeeper dma

Il riferimento è chiaramente al Digital Markets Act (DMA) e al Digital Services Act (DSA) dell’UE, che stabiliscono il modo in cui le grandi aziende tecnologiche interagiscono con i consumatori nell’Unione Europea. Il DMA stabilisce più precisamente un elenco di cose da fare e da non fare per le big tech USA (ma anche cinesi) come Alphabet, Amazon, Apple, Meta, ByteDance e Microsoft, con lo scopo di garantire parità di condizioni e offrire maggiori possibilità di scelta ai consumatori.

“Scrivo per esprimere la preoccupazione che il DMA possa colpire le aziende americane”, ha scritto Jordan rivolgendosi a Ribera e affermando che queste regole sottopongono le aziende a normative onerose e danno un vantaggio alle aziende europee. La lettera critica anche le multe fino al 10% dei ricavi annuali globali per le violazioni del DMA: “Queste multe severe sembrano avere due obiettivi: costringere le imprese a seguire gli standard europei in tutto il mondo ed essere una tassa europea sulle imprese americane. Inoltre, alcuni requisiti del DMA potrebbero persino avvantaggiare nazioni avversarie come la Cina, ha scritto Jordan.

La Commissione Europea, dove Ribera è il secondo funzionario più potente dopo la sua presidente, Ursula von der Leyen, ha negato di aver preso di mira le aziende americane, ma è orami evidente che il terreno di scontro tra USA ed Europa su queste tematiche è destinato a diventare sempre più acceso.

Lo dimostra anche il fatto che la Commissione Europea, dopo un’indagine iniziata lo scorso marzo, si prepara a incriminare Google proprio per violazione del DMA, dopo che le modifiche proposte dal colosso USA ai risultati di ricerca non hanno risolto le preoccupazioni dell’antitrust UE e dei concorrenti. La Commissione contesta a Google il favoritismo nei confronti dei propri servizi, come Google Shopping, Google Flights e Google Hotels, a discapito di quelli di terze parti nei risultati di ricerca.

Google ha dichiarato di voler collaborare con la Commissione per trovare una soluzione equilibrata, ma le proposte avanzate finora sono state respinte dalla maggior parte dei concorrenti, che le ritengono non conformi al DMA e, se ritenuta colpevole, Google potrebbe affrontare sanzioni fino al 10% del suo fatturato annuo globale.