Getty Images fa causa a Stable Diffusion: il futuro dell’AI art potrebbe essere a rischio

Getty Images fa causa a Stable Diffusion: il futuro dell’AI art potrebbe essere a rischio
Un caso di violazione del copyright delle immagini utilizzate nell'addestramento dei modelli potrebbe contribuire a decidere il futuro dell'arte realizzata con AI generativa.

Getty Images ha citato in giudizio Stability AI, produttore di Stable Diffusion, sostenendo che l’azienda avrebbe violato i diritti d’autore posseduti o rappresentati da Getty. “È posizione di Getty Images, secondo cui Stability AI ha illegalmente copiato ed elaborato milioni di immagini protette da copyright e i relativi metadati di proprietà di Getty Images o da essa rappresentati, in assenza di una licenza a vantaggio degli interessi commerciali di Stability AI e a scapito dei creatori di contenuti”, ha dichiarato Getty in un comunicato.

In sostanza, l’azienda sostiene che Stability AI tragga vantaggio dall’addestramento del suo modello fatto con immagini pubblicate da Getty su Internet, senza riconoscere alcun compenso. Le immagini Getty vengono pubblicate su Internet con un watermark visibile; le immagini concesse in licenza hanno il watermark rimosso. Getty ha dichiarato che Stability AI non ha chiesto una licenza per utilizzare le immagini sotto copyright.

La causa, che è stata intentata presso il tribunale di Londra, contribuirà a stabilire cosa può fare un modello di intelligenza artificiale con le immagini che trova su Internet, specialmente se queste sono protette da copyright. “Riteniamo che questi modelli generativi debbano tenere conto dei diritti di proprietà intellettuale altrui, questo è il nocciolo della questione”, ha dichiarato Craig Peters, amministratore delegato di Getty Images, a The Verge. “E stiamo intraprendendo questa azione per fare chiarezza”.

Un problema generale o solo di Stable Diffusion?

È interessante notare che Getty non stia anche facendo causa a OpenAI, il creatore dei modelli Dall-E e Dall-E 2, che hanno utilizzato 400 milioni di immagini con didascalia recuperate da Internet, senza però specificare chi ne fosse il proprietario. L’azienda ha invece citato in giudizio Stability AI, lo sviluppatore del modello Stable Diffusion che consente di sviluppare l’arte dell’IA sul proprio PC. (Stable Diffusion è disponibile anche come servizio cloud hosted su DreamStudio.ai). L’azienda non dice esplicitamente dove ha addestrato il suo modello, ma fa notare che le immagini generate tramite Stable Diffusion 2 includono un watermark invisibile che le classifica come “generate dalla IA”. In questo modo, Stability AI starebbe quindi tentando di attribuirsi la paternità delle immagini, anche se il modello è stato addestrato su immagini altrui.

L’utente Reddit toastythunder ha pubblicato questa immagine generata con Stable Diffusion in cui compare il watermark di iStockphotos, sito che vende immagini stock.

L’utente Reddit toastythunder ha pubblicato questa immagine generata con Stable Diffusion in cui compare il watermark di iStockphotos, sito che vende immagini stock.

È plausibile che una sentenza contro Stability AI impedirà ai modelli di intelligenza artificiale di utilizzare immagini protette da copyright senza una licenza, almeno nel Regno Unito, costringendo Stability AI e altri sviluppatori a pagare i diritti di licenza o eliminando semplicemente le immagini protette da copyright dai dati di addestramento dei loro modelli. Questo eliminerebbe un numero significativo di immagini dai modelli di Stability, forse degradando i risultati del modello. D’altra parte, ciò preserverebbe il copyright di Getty e presumibilmente di coloro che hanno creato le proprie opere d’arte uniche e protette da copyright.

Fair use e fair dealing

Le argomentazioni di entrambe le parti si ridurranno presumibilmente al concetto di fair use (uso corretto), un’idea nata nella legislazione statunitense e che consente un uso limitato di materiale protetto da copyright senza dover prima ottenere l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore. Si tratta di un argomento alquanto controverso, che cerca di limitare il diritto d’autore a vantaggio del pubblico, consentendo per esempio di utilizzare materiale sotto copyright per realizzare parodie o per fini di insegnamento, ma vietando essenzialmente ai musicisti di campionare frammenti di altri artisti senza il loro permesso.

Tuttavia, dal momento che la causa è stata intentata nel Regno Unito, essa verrà esaminata alla luce della dottrina britannica del fair dealing, una versione meno permissiva rispetto al concetto di fair use. Una volta dimostrata la violazione, la possibile difesa rientra in una delle tre eccezioni: quando l’uso è a scopo di ricerca o studio privato, quando è per consentire critiche o revisioni e quando è a scopo di cronaca, secondo Wikipedia. Inoltre, si tiene conto della quantità di materiale protetto da copyright utilizzato.

Nel caso, potrebbero emergere come esempi artisti come Andy Warhol. Il celebre artista pop scomparso nel 1987 era famoso per aver preso oggetti e immagini popolari, come per  esempio le lattine di zuppa Campbell o una foto di Marilyn Monroe, e per essersene appropriato nel proprio lavoro. Nel suo Dittico di Marilyn, Warhol prese una foto pubblicitaria della Warner Bros, la colorò e la pubblicò come opera propria. Secondo il saggio di Kate Donohue in The Columbia Journal of Law & the Arts, Warhol e, dopo la sua morte, la sua fondazione – furono citati in giudizio da artisti che sostenevano che l’artista aveva preso le loro fotografie e le aveva adattate ripubblicandole a proprio nome. Con molti di loro fu definito un accordo extra giudiziale.

Secondo la dottrina statunitense del fair use, un nodo centrale sarebbe stabilire se l’opera di Warhol fosse sufficientemente “trasformativa” da poter passare attraverso la scappatoia del fair use, e se lo scopo dell’arte dell’AI sia trasformativo per natura. Nel Regno Unito, invece, Stability AI potrebbe avere opzioni di difesa più limitate. In ogni caso, è probabile che il tribunale britannico contribuisca a decidere cosa l’AI può o non può fare con le opere protette da copyright, plasmando il futuro dell’AI nelle arti.

Immagine di apertura: II.studio / Shutterstock.com

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Pantone e Adobe hanno preso in ostaggio il vostro brand

Pantone e Adobe hanno preso in ostaggio il vostro brand
Se i beni del marchio aziendale sono stati creati in Adobe Creative Suite utilizzando i colori Pantone, è possibile che ora si debba pagare una tariffa per utilizzarli, anche se sono vecchi di molti anni.

È notizia di qualche giorno fa che la licenza per l’utilizzo delle librerie colore Pantone nei servizi Adobe è cambiata, diventando a pagamento: le aziende che hanno standardizzato i propri asset grafici utilizzando una palette Pantone all’interno di documenti creati con l’Adobe Creative Suite, possono ora ritrovarsi di fronte all’impossibilità di utilizzare quei documenti.

Pantone è un insieme di colori standardizzati identificati con un codice per garantire che ciò che viene stampato corrisponda ai colori scelti dai designer. Gli stampatori utilizzano questi colori (e li acquistano) per garantire la fedeltà cromatica in stampa. È anche il motivo per cui le aziende investono nella calibrazione del colore per le loro risorse di stampa, di solito in base a Pantone, e chiunque abbia mai lavorato nel settore del branding con grandi aziende sa quanto valore attribuiscano a una riproduzione accurata delle tonalità.

Per decenni, Adobe integrava le librerie tinte Pantone all’interno delle sue applicazioni creative come Photoshop, InDesign e Illustrator.

Dato che i prodotti Adobe i più utilizzati dai grafici, e che la maggior parte delle aziende utilizza per i propri brand un mix di risorse grafiche per la stampa e online, è ragionevole pensare che almeno alcune delle risorse del marchio della vostra azienda siano state create utilizzando palette di colori Pantone.

A partire da Novembre, le uniche guide colore Pantone utilizzabili senza licenza saranno Pantone + CMYK Coated, Pantone + CMYK Uncoated e Pantone + Metallic Coated.

Sebbene Pantone sia considerato uno standard, la sua proprietà è privata, ma per anni all’azienda è andata bene così. Le licenze Pantone erano incluse nel costo della Creative Suite, e Adobe retribuiva Pantone. In base a un nuovo accordo tra le aziende, i clienti Adobe dovranno ora sottoscrivere un abbonamento separato per la licenza Pantone. Si chiama Pantone Connect è ha un costo 14,99 euro al mese, o di 89,99 euro all’anno.

Adobe aveva segnalato l’arrivo di questo cambiamento già a giugno.

Una colata nera su tutto

Cosa succede se non si paga? Potreste pensare che, essendo stati realizzati prima del nuovo accordo, i vostri asset grafici siano al sicuro, giusto? Purtroppo non è così. Anche nei file PSD esistenti, tutti i colori Pantone vengono sostituiti con il nero, anche se si tratta di documenti vecchi di decenni.

Proprio così. Il logo aziendale applicato a ogni cosa, dalla carta intestata alle magliette, non può più essere usato, il che significa che chiunque nella catena di fornitura abbia accesso a quel logo e ne abbia bisogno, non può più utilizzarlo.

Per estensione, ogni singolo partner con cui un’azienda lavora e che ha bisogno di accedere alle risorse del marchio si troverà ad affrontare lo stesso problema: tipografie, centri per la stampa su tessuti o suppellettili, gli studi grafici con cui collaborate magari per gestire le emergenze… Tutti avranno bisogno di una licenza Pantone per la quale dovranno pagare.

Questo significa anche che se oggi persone che lavorano a campagne di branding, probabilmente dovranno sborsare questo denaro a Pantone per l’uso di ciò che è sempre stato reso disponibile gratuitamente per decenni.

Conseguenze su tutta la filiera

Non ha molta importanza se questo maldestro esercizio sia frutto dell’ingegno di Adobe, di Pantone o di entrambi, perché il modo in cui è stato applicato avrà ripercussioni indesiderate su molti livelli della catena di fornitura dei beni del marchio e dell’azienda.

Adobe non dice molto, si limita a scrivere: “Le licenze di Pantone con Adobe sono state modificate. A causa di questo cambiamento, i clienti dovranno acquistare le licenze Pantone Connect per accedere ai colori Pantone nei prodotti Adobe Creative Cloud”.

Pantone ha fornito un resoconto molto confuso di ciò che ha guidato la sua decisione. In una FAQ (in realtà un po’ obsoleta), sostiene che: “Pantone e Adobe hanno deciso insieme di rimuovere le librerie obsolete e di concentrarsi congiuntamente su un’esperienza in-app migliorata che serva meglio i nostri utenti”.

Entrambe le aziende hanno avuto qualche mese di tempo per offrire una “esperienza in-app migliorata”. Non sembra che l’abbiano fatto.

Invece, il risultato sembra una di quelle terribili situazioni alla Kafka, in cui ai clienti viene promessa una migliore esperienza d’uso, mentre ne subiscono una drasticamente ridotta. Sarebbe opportuno che Adobe fornisse presto un po’ di conforto, magari sotto forma di aggiornamento del software per rendere possibile almeno l’esportazione dei documenti creati con i colori Pantone in un altro formato, invece di tenere in ostaggio gli asset creativi aziendali.

Pantone a pagamento: quali soluzioni alternative?

Esistono quindi soluzioni? Alcune. Print Week ne suggerisce una, ma è necessario avere un backup del software Adobe precedente alla versione attuale. (Il fatto che i servizi in abbonamento offrano un software sempre aggiornato ha questo rovescio della medaglia: il fornitore può decidere di rimuovere delle funzionalità che erano invece previste al momento della stipula del contratto).

I potere del marchio Pantone è tale che per molte grandi aziende (e per i loro fornitori a valle e a monte) non ci sarà altra scelta che sborsare i soldi, almeno per ora, e cercare alternative più avanti.

Il modo in cui è stata presa questa decisione sta già facendo arrabbiare molti utenti, tra cui decine di migliaia di aziende in tutto il mondo. La decisione e il modo in cui è stata applicata rappresentano un terribile autogol per entrambe le aziende e potrebbero essere una lezione di business su come non creare buone esperienze per i clienti in futuro.

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